Prigionieri palestinesi

 

Il sale, il sopruso e la resistenza

 

Da più di un mese centinaia di prigionieri palestinesi stanno attuando lo sciopero della fame per protestare contro il regime sionista che sta imponendo nelle sue carceri un vero e proprio stato di tortura.

Lo sciopero dei prigionieri è iniziato dopo le ennesime vessazioni delle guardie, con incursioni quotidiane nelle celle e sevizie di ogni genere, fisiche e psichiche, per chiedere esplicitamente la fine dell’utilizzo dell’isolamento per motivi di sicurezza, che garantisce carta libera agli aguzzini, da parte del Servizio Carcerario israeliano e porre fine alla pratica della detenzione amministrativa, senza accusa né processo, in base alla quale 500 palestinesi sono attualmente reclusi. Per ricordare, inoltre, che nelle carceri sioniste sono detenuti, ancora oggi, 300 bambini, 62 donne, 6300 prigionieri politici, tra cui 460 condannati all’ergastolo e 450 a pene sopra i 20 anni.

Per rappresaglia il regime ha trasferito decine di prigionieri nel carcere di Ohalei Keidar, in mezzo al deserto del Neghev, negando la possibilità di visita per i familiari e per gli avocati, ed inoltre, agli scioperanti, sta imponendo il divieto della socialità e del tempo ricreativo, il divieto di accesso alle spese della mensa, quello di partecipare alle preghiere di gruppo del venerdì, il sequestro del sale durante i primi giorni dello sciopero (che equivale a procurare danni anche irreversibili per il corpo) e il divieto ai medici indipendenti di fare visita ai prigionieri, molti di loro già messi a dura prova dal digiuno prolungato. Due volte al giorno le celle dei detenuti sono sottoposte ai blitz degli aguzzini e i prigionieri sono obbligati ad uscire fuori, anche se a malapena riescono a camminare e dopo i sequestri dei loro vestiti sono provvisti solo, ormai,  di stracci vecchi e bisunti.

La protesta dei prigionieri è nata il 17 aprile scorso da un appello di Marwan Barghouthi, il leader palestinese di Fatah condannato a cinque ergastoli, che non ha mai riconosciuto lo stato sionista, la sua legge e i suoi tribunali, e di Ahmad Sa’Adat del Fronte Popolare, in carcere  dal 2002. La moglie di Marwan Barghouthi, l’avvocato Fadwa al-Barghouthi, in un’intervista pubblica, ha accusato i dirigenti dell’ANP, l’Autorità Nazionale Palestinese, di lavorare insieme ai sionisti per far fallire lo sciopero dei prigionieri, tentativo che, oltre a non aver raggiunto il suo scopo, sta mettendo in evidenza sempre più il collaborazionismo di Abu Mazen col boia Netanyahu.

L’appello dei leader della resistenza palestinese, prigionieri nelle galere israeliane, è stato raccolto da altri 1500 prigionieri e ha travalicato anche i confini della Palestina: dalla sua prigionia in Francia, infatti, il comunista libanese Georges Abdallah ha indetto uno sciopero della fame con dei prigionieri baschi e arabi, così come hanno fatto in Grecia i compagni anarchici in prigione.

Tutta la Palestina è mobilitata con i suoi resistenti, dagli studenti, intellettuali e politici, alle strade martoriate dal sopruso.

Tutti son concordi nel rimarcare la consapevole inettitudine dei burattini dell’Onu che con le loro ridicole risoluzioni e con la loro farsa non fanno che avallare l’abuso storico e l’occupazione sionista della Palestina e  nell’evidenziare l’ambiguità e la sudditanza della Croce Rossa Internazionale, funzionale al regime e alla sua prevaricazione, rifiutandosi di incontrare i prigionieri in sciopero della fame.

Questi corpi, che urlano libertà per il loro popolo, sono la nostra carne e il nostro sangue e la loro resistenza è la nostra resistenza, nel combattere, come antimperialisti, il sionismo e tutte le sue ramificazioni. In ogni territorio.

Discorso al mercato dell’eroismo

[…] Lotterò fino all’ultima pulsazione delle mie vene!
Forse mi ruberai l’ultimo palmo della mia terra,
forse darai la mia giovinezza in pasto alla prigione,
forse ti precipiterai sull’eredità di mio nonno… masserizia, vasi, giare …
forse brucerai le mie poesie e i miei libri,
forse nutrirai i cani con la mia carne […]
ma non mercanteggerò!
Lotterò fino all’ultima pulsazione delle mie vene […]

Samih al-Qasim

 

 

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