Le donne della primavera araba.

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Il 17 dicembre 2010 Mohamed Bonazizi, giovane venditore ambulante, si immola davanti alla prefettura di Sidi Bouzid (Tunisia) dopo che per l’ennesima volta i poliziotti del posto mandano all’aria la sua bancarella di frutta e verdura…
Così ha inizio la “primavera araba”, l’espressione fa riferimento alle “primavere dei popoli” del 1848, le rivolte popolari in Europa in seguito al Congresso di Vienna. La contestazione popolare tunisina, sempre più intensa, dettata dalle condizioni di vita sempre più dure, fa cadere il regime di Ben Ali, a cui é seguito quello di Moubarak in Egitto, quello di Gheddafi in Libia. Da qui le manifestazioni di ribellione si sono espanse fino ai paesi arabi del medio oriente come lo Yemen, la Siria, il Bahrein. Le ingerenze europee e internazionali, dettate da interessi non legati propriamente alla liberazione di popoli oppressi e le conseguenze di questi interventi sono oggi sotto gli occhi di tutti, ma non é l’aspetto strettamente politico, o geopolitico che dir si voglia, che è l’oggetto di questa riflessione.
Qui si vuol parlare del ruolo delle donne come soggetti attivi delle rivoluzioni.
Da Tunisi al Cairo, da Tripoli a Sanaa, le donne arabe sono uscite dal tunnel del silenzio e della sottomissione e sono scese in piazza con coraggio e determinazione a denunciare la mancanza di libertà, a chiedere con forza un diritto fondamentale, quello di esistere in quanto donna e essere trattate con uguaglianza e parità con l’uomo. La speranza di migliaia di donne ha invaso le strade, le università, i focolari domestici, ha visto in quella primavera di lotte la stagione del riscatto e di un futuro migliore. Tutto doveva cambiare in meglio, la libertà di parola, del fare, che sia all’interno della famiglia che nei legami sociali, l’accesso al mercato del lavoro. Dopo quattro anni dall’inizio delle rivolte, la primavera ha lasciato il posto a un inverno rude, le donne hanno visto svanire i loro sogni con l’instaurazione di regimi autoritari che si interessano alle rivendicazioni delle donne confinandoli ai margini dei nuovi ordini costituiti, trattandoli come “problemi” appunto, e non come opportunità di cambiamento collettivo.
In Tunisia, in altri tempi paese più progressista del Maghreb, il diritto di uguaglianza uomo-donna è iscritto nella costituzione, eppure oggi la società civile fatica a mantenere i diritti acquisiti, le violenze e gli abusi sulle donne rimangono ignorati o impuniti, gli islamisti d’Ennahda, movimento integralista vietato fino al 2011 e oggi al potere, spingono per il ritorno dei valori dell’islam nella interpretazione più retrograda, defraudando le donne delle libertà conquistate, permettendo per esempio la poligamia, che benché ritenuta illegale é di fatto sempre più diffusa.
L’Egitto si distingue nel peggio in tutte le categorie; le violenze sessuali, le mutilazioni genitali, i matrimoni forzati (c’è una proposta per abbassare l’età legale per sposare le bambine: 9 anni). L’Arabia Saudita ha concesso il voto alle donne, ma non le autorizza a guidare o uscire in strada senza un tutore, padre, marito o fratello.
Eppure sono le donne le icone della primavera araba.
Tawakkul Karman, simbolo della rivoluzione yemenita contro il regno di Saleh, prima donna araba a ricevere il Nobel per la pace nel 2011. Lo ha dedicato a tutte le femministe arabe.
Shaima al Sabbagh, militante rivoluzionaria egiziana, ammazzata dai poliziotti il 26 gennaio 2015 in una piazza del Cairo, mentre portava un fiore in memoria dei morti nel 2011.
Zainab al Khawaia, militante del Baharein, perseguitata e condannata più volte dal regime.
Saida, madre siriana violentata fino alle morte dagli sbirri di Bachar el Assad.
E infinite altre, senza nome, protagoniste di una rivoluzione che doveva cambiare la loro esistenza.
Le donne hanno sostenuto la primavera araba, il contrario non é avvenuto.
Sono le grandi assenti dei cantieri politici e sociali della ricostruzione.
Per abbattere il muro dell’ottusità e della sopraffazione di un patriarcato strutturato in maniera ancestrale e profondamente radicato nella società, ci vorranno ancora molte primavere.
Ma vogliamo credere che la scintilla esplosa nei mesi della rivoluzione, abbia generato una voglia di appartenenza, solidale e irreversibile, necessaria e indispensabile alla costruzione di una società giusta, dove le donne occupano il loro posto. Donne laiche, casalinghe, studiose, col velo o senza, donne del mondo.
Maria T – Marzo 2015

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