Il JA (Jobs Act), il Colosseo e l’Ape operaia

181297_10150896810052382_929339502_n

Zenos Frudakis
“Freedom” – Philadelphia

L’assemblea dei lavoratori del Colosseo di qualche tempo fa, per diversi giorni è stata la notizia che ha fatto imbizzarrire tutte le testate giornalistiche, mostrandolo come uno scandalo per l’immagine del bel Paese. Ciò che invece continua a passare in sordina è il massacro sociale delle riforme Renzi/Poletti in relazione alla cosiddetta ristrutturazione del mondo del lavoro.

Già da diversi mesi, da quando cioè il JA è in piena attività, si intravedono le sue caratteristiche devastanti sul lavoro in generale e sui giovani in particolare. Le buffonate del duo governativo con tanto di dati smentiti puntualmente, sono ormai davanti agli occhi di tutti. La corsa alle cifre spudoratamente false dimostra sempre più la pericolosità e l’arroganza di un governo che vuol tirare dritto, senza tentennamenti o riflessioni, davanti alle macerie che sta lasciando al suo seguito. Fine del precariato, rimettere in moto il Paese sono stati i ritornelli più rimarcati per dimostrare l’efficacia delle riforme sul lavoro. La panzana delle cifre sulle assunzioni a tempo indeterminato mescola l’efficiente macchina dell’arroganza governativa con il suo inefficiente risultato sui famosi conti pubblici che, anzi, continueranno a gonfiarsi a dismisura rendendo sempre più traballante la cassa dell’Inps.

Le assunzioni, che si sono ridimensionate di oltre la metà, vanno oltremodo ridimensionate se alle percentuali riferite al 2014 si associa il fatto che nel secondo trimestre del 2015 ha influito una ripresa, anche se pur minima, delle esportazioni, che nulla ha a che fare con il JA.

Per quanto riguarda le nuove assunzioni, invece, le cifre sono semplicemente irrisorie se si tiene conto che la maggior parte sono sostitutive, ossia si riferiscono a rapporti di lavoro che esistevano già e che ora sono rientrati nelle statistiche solo perché è cambiata la tipologia di assunzione. I contratti a tempo indeterminato aumentano in proporzioni marginali rispetto ai nuovi contratti. E questo nonostante le erogazioni di denaro pubblico verso le aziende elargite col gioco delle tre carte: gli stessi operai della stessa azienda vengono licenziati per poi essere riassunti con nuovi contratti, spesse volte con l’apprendistato applicato ad operai che per anni svolgevano la stessa mansione; e i padroni incassano per la loro benevolenza. I famosi posti fissi che la propaganda del governo ha celebrato negli ultimi mesi, tra l’altro, in realtà corrispondono solo a circa il 10% del totale delle assunzioni, il restante 90 sono di fatto contratti a termine; con il JA il giovane assunto può rimanere precario per 9 anni: 3 anni con contratto a tempo senza causale, 3 anni di rinnovo tramite somministrazione e 3 anni con i contratti a “tutele crescenti”, che di crescente – e fino ad un certo punto – hanno solo la misura dell’indennizzo in caso di licenziamento.

Il JA funziona, in sostanza, da ariete, potente e devastante, completando il processo di precarizzazione del lavoro reclamato a gran voce  e includendo l’annullamento dell’art.18, l’aumento dei carichi lavorativi, la spoliazione umana del lavoratore, sempre più paragonato alla macchina o al robot che gli fa compagnia in fabbrica e provvede a dare l’ennesima oliata alla Confindustria e alla classe padronale. In questo contesto, viene annullata la forza contrattuale del lavoratore, la sua capacità di difendersi, viene attaccata e pesantemente indebolita la sua propensione ad organizzarsi.

La delirante e miserabile informazione mediatica sulla vicenda dei lavoratori del Colosseo dimostra l’impalcatura malamente celata dell’attacco sempre più frontale a quel che rimane dei diritti conquistati in decenni di lotte. Proprio in quei giorni, infatti, in concomitanza col polverone imbastito sull’assemblea dei lavoratori che ha deciso di fermare per qualche ora l’ingresso ai visitatori al Colosseo e ai Fori imperiali per protestare contro il mancato pagamento degli straordinari e per le difficili condizioni di lavoro in cui si trovano ad operare, è iniziata la discussione in commissione lavoro del Senato e commissione Affari costituzionali, del disegno di legge, firmato dai senatori Maurizio Sacconi, Pietro Ichino e Aldo di Biagio, sulla regolamentazione del diritto di sciopero in Italia.

Delle condizioni di lavoro non parla più nessuno e nessuno parla più neanche dei morti sul lavoro, che nei primi 8 mesi del 2015 sono stati 752 con un aumento del 15% rispetto al 2014, forse perché quel margine di ripresa che si auspicano i ragionieri governativi, ci sarà (se ci sarà) soprattutto grazie a queste condizioni e all’utilizzo della forza lavoro in Italia che è ormai competitiva a livello internazionale, con gli operai  dell’auto, soprattutto, che sono i meno pagati d’Europa; il fatto che riapra Melfi o si ingrandisca Mirafiori è proprio per questo semplice motivo. Melfi è infatti il nuovo campo sperimentale su come sarà l’operaio massa nei prossimi anni e il tutto per la posta in palio dei padroni che prevedono in quegli stabilimenti 280 mila auto all’anno con rispettivi 4 miliardi e mezzo di ricavati, il tutto con la complicità sindacale ormai senza freni nella loro spudorata sudditanza col padrone. Sulla situazione degli stabilimenti di Melfi riportiamo la lettera di un’operaia dello stabilimento FCA (Fiat) di Melfi, firmata ape operaia, che più di ogni analisi riesce a descrivere la realtà del nuovo schiavismo operaio.  

“Si lavora sei mattine, dalle 6 alle 14, da lunedì a sabato; poi si riattacca domenica sera alle 22, per quattro notti di seguito; poi due giorni di riposo, tre pomeriggi di lavoro (compresa una domenica), due giorni di riposo, tre notti di lavoro, due riposi e altri quattro pomeriggi di lavoro. Finalmente una domenica di sosta, ma lunedì alle 6 si ricomincia daccapo. È come vivere in un continuo cambio di fuso orario. Già i primi dieci giorni ci hanno sfinite, le ore in fabbrica si trascorrono in piedi davanti a una catena sempre più veloce perché, grazie al “sistema migliorativo Ergo uas”, tutto il materiale ci arriva direttamente in postazione su carrellini trainati dai robot automatizzati che spesso perdono pezzi per strada o si fermano e non vogliono saperne di ripartire. Loro non sentono le minacce dei capi, decidono di non lavorare più e così è se vi pare. Le operazioni sono tutte cronometrate e le postazioni saturate; in teoria dovremmo star ferme ad assemblare comodamente tutto ciò che ci arriva ma in realtà si cammina, anzi, si insegue la linea e ci si “imbarca”, ossia ci si allontana sempre di più dai confini della postazione disegnati sul pavimento. Basta un qualunque imprevisto, una vite sfilettata o un semplice starnuto, per rendere spasmodica la risalita. A volte ci paragoniamo ai salmoni e speriamo che non ci attenda la stessa sorte. Quando si avvicina la pausa c’è il conto alla rovescia dei minuti e scherzando ci chiediamo cosa riusciremo a fare in quei dieci minuti: andiamo al bagno, fumiamo o mangiamo qualcosa? Magari potremmo fare la fila davanti al bagno mangiando il panino, nella peggiore delle ipotesi almeno una cosa l’avremo fatta!I bagni sono pochi rispetto al numero delle persone, così anche i distributori di caffè e merende circondati da sei o sette sedie – pochissime – a creare una piccola area relax; le file sono lunghe e il caffè conviene dividerlo con uno o due colleghi. Abbiamo chiesto più bagni o qualche minuto in più di pausa: qualche capo spiritoso ci ha suggerito di non bere per ridurre le esigenze fisiologiche. Chi trascorre la pausa in postazione si appoggia ai cassoni o si siede su una cassettina vuota e, anche se non si potrebbe fare, mangia qualcosa. I primi dieci giorni consecutivi di lavoro sono stati devastanti, avevamo i polsi, i polpastrelli e tutti i muscoli indolenziti. I due giorni di riposo li avremmo dedicati alle faccende di casa, in teoria, ma la stanchezza era tanta e non siamo riuscite a fare tutto. Al rientro in fabbrica avevamo la sensazione di non esserne mai uscite, nessuna di noi è riuscita a realizzare tutti i propositi in quei due giorni e qualche capo, sempre più spiritoso, ha suggerito di mettere “un aiuto in casa”. Magari che si occupi anche dei nostri affetti? No grazie! Seguire i bambini e aiutarli nei compiti è un’altra impresa: durante il turno di pomeriggio non riusciamo quasi a vederli, mentre con i turni di mattina e notte cerchiamo di recuperare e di dare il massimo. A volte tentiamo di colmare l’assenza facendo loro dei regali, oppure siamo eccessivamente tolleranti, altre volte invece ci si arrabbia per poco o niente a causa del nervosismo e della stanchezza. Sono molti i casi di coniugi che si sono separati e lavorano in squadre diverse per far sì che uno dei due sia a casa in assenza dell’altro, ma con la nuova turnazione ci ritroviamo a fare anche due turni diversi nella stessa settimana e se uno dei coniugi è stato posizionato sulla linea di produzione della Grande Punto, dove si lavora una settimana di mattina e una di pomeriggio, capita di ritrovarsi nello stesso turno per cui bisogna cercare una persona affidabile che accudisca i bambini in nostra assenza e che abbia la possibilità seguire questi nuovi orari. Intanto sono arrivati i nuovi assunti, tanti ragazzi e ragazze che potrebbero avere l’età dei nostri figli; alcuni hanno iniziato con entusiasmo, altri con rassegnazione: tutti hanno portato una ventata di freschezza e di novità. I loro giovani volti sono già segnati dalle occhiaie, spesso l’auto dell’infermeria passa per soccorrerli, qualcuno ha già mollato, qualcun altro è stato più fortunato e si trova a svolgere un lavoro meno faticoso. Lavorare con questi ragazzi in difficoltà mette una grande tristezza e la voglia di aiutarli in qualche modo, ma non poterlo fare ci da un senso di impotenza. È opinione comune che noi topolini di questo grande laboratorio siamo fortunati: a Melfi si lavora! E in effetti ci sentiamo stanche e indolenzite ma anche fortunate. Viene da chiedersi se non sarebbe più giusto ripartire questa “grande fortuna” con altri operai, diminuendo le ore di lavoro e  aggiungendo altri turni come hanno fatto i nostri colleghi tedeschi in passato, con ottimi risultati. Siamo come i salmoni che risalgono la corrente quando cerchiamo di recuperare la postazione; siamo i robot instancabili che non devono conoscere le festività; siamo i topolini di un nuovo esperimento. Siamo le fortunate operaie di Melfi”.

(ape operaia)

 

E dalle “nuove” condizioni bisogna ripartire!

Proprio per questo, ci piace chiudere condividendo il documento finale del primo Transnational Strike Meeting tenutosi a Poznan dal 2 al 4 ottobre. Perché l’attacco che subiamo è a tutto campo, e solo costruendo connessioni, lotta e organizzazione potremo spezzare le catene del vecchio e nuovo sfruttamento.

Dal 2 al 4 Ottobre 2015, più di 150 attiviste, sindacalisti, lavoratori, migranti, uomini e donne, da Polonia, Germania, Italia, Francia, Bosnia, Slovenia, Svizzera, Gran Bretagna e Lituania si sono incontrati a Poznan per il primo «Transnational Social Strike Meeting». Abbiamo condiviso il bisogno di sviluppare una nuova prospettiva strategica per connettere politicamente ciò che lo sfruttamento e i confini dividono. Lo sciopero sociale transnazionale è il nome di questo processo e del suo obiettivo finale. Cosa intendiamo per sciopero sociale transnazionale e perché cominciare un processo verso questo obiettivo? Intendiamo lo sciopero come una pratica politica di cui bisogna riappropriarsi e che bisogna reinventare per lottare contro i rapporti di potere che si stanno trasformando tanto nei luoghi di lavoro quanto nella società. Abbiamo bisogno di nuove forme di azione politica e di nuove rivendicazioni capaci di fronteggiare la dimensione sociale dello sfruttamento, le condizioni di lavoro, la questione della produzione come quella della riproduzione. Lo sciopero può diventare un segno di insubordinazione che attraversa i confini consolidati dell’attivismo e del sindacalismo, dei paesi e delle regioni, dei settori lavorativi, della società e dei luoghi di lavoro, anche per quei lavoratori che, di fatto e di diritto, non possono scioperare a causa della legge o delle loro condizioni di vita e di lavoro precarie. Qualcosa di nuovo si sta muovendo e abbiamo alcuni esempi concreti di fronte a noi: dalle esperienze degli scioperi nei magazzini di Amazon e nella logistica, negli asili e nel lavoro di cura, all’esperimento italiano di sciopero sociale nel 2014, dalle azioni di supporto, come quella di Blockupy in occasione dello sciopero dei lavoratori nel tessile nel 2013, alle nuove forme di sindacalismo sociale.

Nonostante queste esperienze, lo sciopero è oggi soprattutto una pratica limitata a vertenze locali e settoriali: una cosa per lavoratori «garantiti», per specialisti e per lavoratori iscritti  ai sindacati, spesso utilizzato dai sindacati stessi solo in vista della concertazione, con effetti limitati anche quando ha successo. Nello stesso tempo, il diritto di sciopero è sotto attacco in molti paesi d’Europa: i lavoratori che possono scioperare sono sempre meno e i contenuti che possono essere affrontati attraverso lo sciopero sono sempre più ristretti. Mentre le lotte sul lavoro sono ancora fortemente dipendenti dalle forme tradizionali di organizzazione e dai limiti delle azioni sindacali, i movimenti anti-austerity sono stati capaci di sollevare nuove rivendicazioni e di cominciare nuovi processi di mobilitazione. Nondimeno essi, anche quando coinvolgono i sindacati, sono per lo più incapaci o indisponibili ad affrontare questioni legate alle condizioni di lavoro e di vita e a comunicare con altre lotte sul lavoro. Superare i limiti delle forme attuali di organizzazione significa oltrepassare le divisioni artificiali tra lotte sul lavoro e lotte sociali, e portare l’organizzazione sul piano transnazionale, facendo i conti una volta per tutte con il fatto che il livello nazionale di azione è ormai evidentemente insufficiente per costruire un potere effettivo. Le lotte sociali e sul lavoro devono trovare un terreno politico comune di connessione.

Sappiamo che questo programma è carico di complessità che devono essere ulteriormente discusse e messe in luce. Sappiamo che ci sono limiti da superare anche nelle nostre stesse strutture. L’abbiamo sperimentato a Poznan e nel percorso di preparazione: non è facile trovare un equilibrio tra iniziative locali e transnazionali e dobbiamo ancora accrescere l’impegno nella comunicazione politica reciproca. Sappiamo che lo sciopero sociale transnazionale diventerà reale solo quando sarà raggiunto un accordo più esteso sui suoi temi chiave. Ma crediamo che queste siano esattamente le complessità che dobbiamo affrontare, che questi siano i limiti che dobbiamo superare: è tempo di osare un nuovo percorso nel quale condividere una prospettiva strategica comune e un discorso politico comune al di là delle nostre appartenenze nazionali. Da questo punto di partenza, abbiamo elaborato alcuni elementi di un’analisi comune, alcune priorità comuni e una proposta di azione comune. Su questa base invitiamo tutti i gruppi, i sindacati e i collettivi a unirsi a noi un processo aperto. 

Analisi comune

Con austerità intendiamo una nuova normalità politica in cui l’instabilità finanziaria è usata come strumento per sostenere programmi di competitività basati su tagli ai salari e al welfare e su cambiamenti nella cornice che regola la negoziazione tra lavoratori, sindacati e padroni. La precarietà è la nuova norma: salari bassi e instabili, paura di essere licenziati, disciplina crescente e peggioramento delle condizioni di lavoro, occupabilità e disoccupazione, insicurezza per il futuro e politiche di workfare. La precarietà produce, dentro e fuori i luoghi di lavoro, frammentazione e nuove gerarchie. La produzione è organizzata oggi lungo catene transnazionali dello sfruttamento – dalle fabbriche alla logistica, dal trasporto alla cura – che si avvantaggiano delle differenze nazionali nei salari e nel welfare, della divisione sessuale del lavoro e della mancanza di comunicazione e di chiari interessi comuni tra i lavoratori. La crescente rilevanza dei migranti e la cosiddetta «crisi dei rifugiati» in Europa ha rivelato che le lotte attorno alla mobilità e al lavoro migrante sono un campo di battaglia fondamentale. Abbiamo visto un dispiegamento senza precedenti del potere dei migranti, capaci di sconvolgere i confini politici e di portare la crisi al cuore dell’Europa. Mettendo a frutto decenni di razzismo istituzionale contro i migranti non comunitari, ora la UE e i suoi Stati stanno tentando di canalizzare e sfruttare i movimenti dei migranti per mezzo di documenti, restrizioni del diritto di residenza e del welfare per renderli profittevoli per i governi e i padroni. Ciò che prima è stato sperimentato dai migranti esterni sta ora colpendo in maniera crescente anche i migranti interni e tutti i lavoratori attraverso un nuovo governo della mobilità.

Priorità comuni

Riconosciamo le battaglie sul salario, sul welfare e sulla libertà di movimento come centrali per combattere contro lo sfruttamento nei luoghi di lavoro e per politicizzare e connettere le lotte e le vertenze sul piano transnazionale. Data la centralità politica del lavoro migrante, è ora di portare la battaglia sulla libertà di movimento sul piano europeo, chiedendo un permesso di soggiorno Europeo incondizionato per tutti i migranti e il diritto di residenza, che garantiscano il diritto di restare e di muoversi all’interno e all’esterno dello spazio europeo per ciascuno. Contro i tagli nel welfare – che sono usati politicamente per limitare i movimenti di lavoratori e lavoratrici e per rafforzare lo sfruttamento delle donne sui luoghi di lavoro e nelle case – è il momento di chiedere un welfare europeo, uguale e garantito e un reddito minimo europeo per tutti, basato sulla residenza e non sulla nazionalità. Contro le differenze salariali tra i paesi, utilizzate dalle aziende, dai padroni e dai governi per mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, è il momento di chiedere un salario minimo europeo come strumento per costruire solidarietà e forza a livello transnazionale tra i lavoratori. Siamo consapevoli che queste rivendicazioni sollevano problemi e domande: dalla questione di chi sia la nostra controparte ai mezzi per tradurli a livello locale, date le condizioni di vita e di lavoro molto diverse. Ma riconosciamo il bisogno di sviluppare priorità comuni. Perciò, la discussione continuerà su come usare le rivendicazioni comuni come strumenti per coordinare le lotte e su come trovare con ciò intersezioni transnazionali tra le lotte locali quotidiane. 

Azioni comuni

— Continuità: i workshop tenuti a Poznan continueranno a operare come gruppi di lavoro, con l’obiettivo di approfondire le analisi comuni, di rafforzare la comunicazione politica, condividere e coalizzare esperienze, condurre inchieste, mappature e connettere le lotte locali alla cornice dello sciopero transnazionale. Il processo dello sciopero sociale transnazionale è da intendere come serbatoio di strumenti, esperienze e tattiche per politicizzare le lotte sul lavoro, per connettere le lotte sociali e sul lavoro, e per far sentire le singole rivendicazioni molto al di là della portata di ogni gruppo e sindacato. Ѐ uno spazio di comunicazione e di incontro dove diverse figure del lavoro possono pensare insieme a come costruire nuove lotte efficaci e a come contribuire alla costruzione delle condizioni di possibilità dello sciopero sociale transnazionale. Chiunque condivida l’obiettivo e la cornice generale del processo è invitato a unirsi a noi. Perché diventi reale, la parola d’ordine dello sciopero sociale transnazionale deve diffondersi in tutta Europa e oltre come il segno di un’ondata di insubordinazione.

— Sperimentazioni: proponiamo il 1 marzo 2016 come giorno di azioni decentrate, di scioperi e sperimentazioni verso lo sciopero sociale transnazionale. Perché il 1 marzo? Il 1 marzo 2010, dopo una chiamata dalla Francia a organizzare la «giornata senza di noi» dei migranti, in Italia ha avuto luogo uno sciopero nazionale del lavoro migrante e contro la legge sull’immigrazione. Si è trattato del primo sciopero nazionale politico indetto al di fuori di forme tradizionali di organizzazione. Ha coinvolto migranti e italiani, attivisti, gruppi autonomi ed è stato caratterizzato da un uso creativo di sezioni sindacali e da forme diverse di azione. Data la centralità politica del lavoro migrante e l’esperienza ispiratrice del 1 marzo 2010, proponiamo il 1 marzo 2016 come un primo giorno di azioni e scioperi decentrati ma coordinati al fine di prendere una posizione chiara contro il governo della mobilità che produce precarietà e povertà per tutti. Inoltre, dato che la logistica è uno dei settori più rilevanti nell’organizzazione contemporanea del lavoro e della produzione attraverso i confini e un settore strategico dello sciopero sociale transnazionale, supporteremo le iniziative di organizzazione sul piano transnazionale già avviate in Amazon e altre aziende logistiche.

— Allargamento: lo sciopero sociale transnazionale non è un collettivo né un coordinamento tra i gruppi proponenti, ma una piattaforma politica con l’obiettivo di coinvolgere più gruppi e persone in Europa e oltre verso un obiettivo comune. Ci incontreremo di nuovo fisicamente all’inizio dell’anno prossimo. Useremo qualsiasi opportunità di incontro e di discussione, in connessione con altre reti, come Blockupy. Al fine di portare il processo un passo avanti, abbiamo intenzione di organizzare un secondo incontro prima dell’estate. I gruppi di lavoro, le assemblee e le iniziative come il 1 marzo sono tutti intesi come passi verso lo sciopero sociale transnazionale e per allargare il processo.

Non abbiamo identità né un passato da difendere, ma solo un processo aperto per assaltare il presente.

http://www.connessioniprecarie.org/2015/10/27/per-assaltare-il-presente-documento-finale-del-primo-transnational-strike-meeting/

Leave a Reply